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LE LETTERE DI DON MICHELE SOPOCKO
Scritte a Czarny Bor (Lituania),
alle prime candidate per la Congregazione che si stava formando a Vilna
(Vilnius, Lituania).
LETTERA I
LA VITA RELIGIOSA
Gesù, confido in Te!
Care sorelle in Cristo, è ormai la seconda settimana che, per volontà
di Dio, sono in solitudine
in seno alla natura, da cui, come da un libro vivo, leggo e glorifico l’infinita
misericordia di Dio. Contemporaneamente percorro col pensiero il paese intero
immerso nel lutto, mi unisco a tutti
i compatrioti sofferenti, dispersi in tutto il mondo e vedo in spirito come
la misericordia del Signore scolpisca nelle loro anime le virtù eroiche
necessarie all’espiazione e alla propiziazione,
per implorare e ringraziare
di tutto l’inesprimibile bontà divina, per ottenere nuove grazie
ed meriti futuri, per poter già “esaltare la misericordia di Dio
in eterno”. Vedo in spirito come
la bontà eterna scolpisca particolarmente
queste virtù nelle anime elette, dilettissime,
che vivono sotto una regola religiosa, le quali hanno rinnegato il mondo, i suoi beni illusori,
la propria volontà, dedicandosi, senza nessuna riserva, a fortificare
il regno di Dio in se stesse
ed a diffonderlo tra gli altri nel mondo intero.
Il regno di Dio è il regno dello Spirito, che alza i suoi edifici
meravigliosi su fondamenta poste
dallo Spirito di Dio. Gli uomini che
vivono esclusivamente secondo la carne non aiuteranno
mai il Signore a costruire la Gerusalemme eterna. Bisogna vivere secondo lo
Spirito, rinnegare
se stessi, per capire cosa esiga, dalla nostra miseria, il Re della
misericordia.
Bisogna sottomettere allo spirito tutte le potenze del corpo, armonizzare
tutta la propria natura, sottomettere la propria volontà a quella
di Dio e così preparare il terreno alla potenza che,
dall’alto,
farà sì che le nostre azioni diventino le azioni di Cristo,
perché, come dice l’apostolo
delle genti, ”non vivo più io, ma
è Cristo che vive in me”.
Il regno visibile di Dio sulla terra è la chiesa cattolica governata,
secondo la legge dello Spirito Santo. E’ un edificio stupendo, esteso
tra il cielo e la terra, che unisce in sé due mondi, quello temporale
e quello eterno. “Nella casa del Padre mio ci sono tanti posti” disse
il Salvatore, intendendo la Sua sposa, la chiesa cattolica, che nei suoi
vani lascia entrare tutte le genti,
i vari stati, collocandoli secondo i propri meriti ed accontentandoli
tutti. Ci sono coloro che, attraversata appena la soglia ed illuminati
dal raggio e dalla bellezza del vestibolo non vogliono
più andare
avanti. A loro basta la grigia semioscurità per divampare della
gioia del Signore,
ancora invisibile però già pregustabile.
Ci sono coloro che nutrono il desiderio di entrare negli appartamenti.
Trovandosi nella luce
più grande, di fronte agli ostacoli, li superano
a fatica, quali formiche. Il Signore misericordiosissimo ne vede gli sforzi
e volontariamente apre le porte delle sue grazie e viene verso loro, in
aiuto.
Ci sono alcuni infine tali che desiderano entrare in una stanza decorosa,
dove, seduto sul trono,
è il sovrano. Essi corrono, come le spose, allo sposo. Questi
sono dilettisimi, basta che abbiano
una veste sposale adeguata.
Quando, durante la preghiera, ci si tuffa con un pensiero in tale magnifico
sistema delle opere
del Signore, facilmente si capisce che la vita religiosa è una
delle forme necessarie tra i vari
modi di dare onore al Re della Misericordia,
che è una delle stanze più vicine alla stupenda
camera regale,
che qui sono chiamati sono coloro in cui il Figlio di Dio si è
compiaciuto particolarmente, le spose del Re della Misericordia, verso
cui corrono, con grande gioia,
indossata la pura veste angelica dell’
umiltà, obbedienza e rinnegamento, cioè della povertà.
E’ vero che in ogni anima, anche in quella che vive nel turbine del mondo,
può essere stabilito
il Regno di Dio, perché tutti i cristiani cattolici sono chiamati, però, tra tutti i chiamati,
non tutti
sono scelti e ad ognuno tra questi scelti personalmente sono
indicati il posto ed il lavoro.
Cristo affidò agli Apostoli i vari compiti e li mise nei vari
appartamenti della sua fortezza.
Pietro, lo stabilì quale Pietra. Giovanni, lasciò che si
addormentasse amorosamente sul suo cuore. A Filippo chiese, con una sola
parola, di lasciare tutto per seguirLo. Nella predica sulla montagna,
il re della misericordia pose i vari gradi di desiderio della perfezione
ed adorazione del Padre Eterno, di cui indicò uno degli attributi
in modo particolare, con la raccomandazione di imitarLo proprio in questo:
“Siate misericordiosi, come il Padre vostro celeste è misericordioso”.
Questo non è più un consiglio evangelico, ma una richiesta
da cui nessuno può essere svincolato. Questo è un comandamento
ed allo stesso modo la condizione indispensabile per la perfezione.
E’un commento alle altre parole del Maestro: “Siate perfetti, come il
Padre vostro è perfetto”.
In che cosa può meglio manifestarsi tale perfezione, se non nel
meditare la misericordia di Dio
e invocare, tramite l’amore di Dio, il debito di gratitudine, se non nell’imitare
tale misericordia
con opere di misericordia nei confronti dell’anima e del corpo del prossimo.
E’comprensibile
allora il motivo per cui le anime che desiderano stare
il più vicino al Signore misericordiosissimo, per entrare nella
camera più luminosa, più vicina alla stanza regale, siano
obbligate, con il quarto voto della misericordia, ad indossare una nuova
veste sposale per attingere continuamente
la misericordia direttamente
dal cuore aperto dello sposo e distribuirla agli altri.
Per quanto riguarda l’oggetto di tale voto, esso è molto chiaro,
perché lo stesso Salvatore
lo ha precisato: “Avevo fame e mi avete dato
da mangiare…”. L’oggetto di tale voto saranno
le opere di misericordia corporale (dar da mangiare agli affamati, dar da bere
agli assetati,
vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli
infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti)
e spirituale (consigliare
i dubbiosi, insegnare a chi non sa, ammonire i peccatori, consolare
gli
afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste,
pregare Dio
per i vivi e per i morti). E’ di ampia portata e di profondo contenuto e basterà
sia per l’ordine contemplativo, sia per i vari rami degli ordini attivi, perché abbraccia l’intera vita
cristiana,
forma l’essenza di ogni ordine, tanto più, perciò,
può diventare l’oggetto del voto di coloro
che lodano e diffondono
il culto della Misericordia Divina.
Carissime sorelle in Cristo, gioisco delle grazie particolari della
misericordia di Dio che si sono manifestate nella vostra vocazione. Elette
del cuore di Gesù, filari dell’ordine futuro, mediatrici
dei segreti di Dio, per cui pregavo da cinque anni, durante ogni santa
messa, a voi soprattutto
sono indirizzate le parole del Maestro: “Voi
siete la luce del mondo e il sale della terra,
ma se il sale perdesse sapore, con che cosa glielo si renderà?”.
Confido che non lo perdiate,
che, con l’aiuto della misericordia di Dio cresciate in virtù,
approfondiate la teologia, rafforziate
gli atti di misericordia, ma anzitutto vi esercitiate nella contrizione
abituale, riconoscendo la propria personale indegnità e l’incapacità
di realizzare questo compito, mettendo tutta la fiducia nella misericordia
di Dio.
Acciocché il tralcio, innestato nella vite, porti il frutto, deve maturare
solo in spirito di penitenza
e d’amore. Lo spirito di penitenza dovrebbe essere il principio di tutto
l’anno di noviziato:
“Se non vi pentirete, morirete”, disse il Salvatore. Egli stesso fece
penitenza per noi e la esige
dai suoi servi: “Se uno vuole seguirmi, rinneghi se stesso, prenda la
sua croce ogni giorno”.
Non si tratta di ricercare una penitenza straordinaria, che si potrebbe
fare soltanto con il permesso del padre spirituale o della maestra e sotto
condizione che essa non procuri un danno alla salute, ma si tratta di
accettare con pazienza le diverse croci quotidiane, abbandonandosi alla
volontà
di Dio. “Lo spirito contrito ed il cuore afflitto è il sacrificio
a Dio” esclama il salmista ispirato.
Questo spirito di penitenza può essere realizzato durante l’anno
in diverse forme. Per esempio, durante il primo mese del noviziato, si
può cercare di accettare in silenzio le osservazioni giuste
ed
ingiuste degli altri; durante il secondo mese, evitare i più piccoli
sospetti e giudizi del prossimo, considerando se stessi come peggiori;
il terzo mese, evitare le consolazioni degli altri nei momenti di fallimento;
il quarto mese, evitare le consolazioni spirituali durante la riflessione
e la preghiera;
il quinto mese, non spazientirsi delle proprie cadute
ed imperfezioni; il sesto mese, sopportare
con pazienza i cambiamenti
del tempo (freddo o caldo), oppure i dispiaceri nelle relazioni
con il
prossimo dal carattere difficile, ecc.
Oltre che nello spirito di penitenza, bisogna esercitarsi nel vero amore
del prossimo, perché soltanto l‘amore può essere la sorgente degli
atti di misericordia verso l’anima ed il corpo.
Inoltre dovrete essere sincere con i padri spirituali e le maestre, con
loro bisogna cercare
di parlare riguardo le cose spirituali il più spesso possibile.
Bisogna abituarsi a far tutto non
solo bene, ma con zelo, scegliere le
cose migliori fra due che sono buone, ma soprattutto curare
la purezza della coscienza per poter trovare, durante l’esame di coscienza
quotidiano, sempre meno peccati veniali che non possiamo evitare da soli,
ma soltanto con l’aiuto della Grazia particolare di Dio. Per questo motivo,
bisogna sviluppare in sé lo spirito di preghiera.
Nelle condizioni in cui mi trovo adesso, non mi è possibile scrivervi
tutto ciò che vorrei. Durante
la preghiera ed in ogni Santa Messa, continuerò ad implorare il
Signore Misericordiosissimo
che dia la luce a voi ed ai vostri direttori e superiori. Confido che
Gesù abbia cura di quest’opera perché ella è uscita dal
Suo Cuore Misericordiosissimo. Confido che fra poco si creino condizioni
migliori per lavorare, ma per adesso ringraziamo Dio per tutto ciò
che abbiamo e confidiamo
nella Sua Misericordia.
Don Michal, 13. 03. 1942
LETTERA II
TUTTO È COMPIUTO
Gesù, confido in Te!
Care Sorelle in Cristo, una delle ultime frasi di Gesù sulla croce
fu: “Tutto è compiuto”.
Con queste parole il Salvatore espresse
il compimento di tutte le profezie, le prefigurazioni
e le tipologie veterotestamentarie
riguardanti la persona del Messia, in altri termini, il compimento della
propria missione, cioè il compimento della Volontà del Padre
nei minimi particolari.
Cristo Signore è il modello di tutti i cristiani, perchè anche loro devono
con insistenza cercar
di conoscere la volontà di Dio riguardo alla propria persona e realizzarla quanto
meglio possibile, per poter ripetere alla fine della vita le parole del
Salvatore: “Tutto è compiuto”.
Carissime sorelle in Cristo, è giunto il momento decisivo e cruciale
nella vostra vita, cioè il momento in cui avete deciso di dedicare
il resto del pellegrinaggio terreno al servizio di Dio, ovviamente avendo
prima percepito che questa è la volontà di Dio. E’ questa
una delle più importanti tappe
di tale pellegrinaggio, alla fine
del quale bisogna, con la coscienza pura, dire come Cristo Signore: “Tutto è compiuto”, mi sono presentato
all’appello di Dio, chi d’ ora in poi desidero unicamente servire. Sottometterò la mia alla Sua
santa volontà in ogni minimo particolare, piegherò i miei
pensieri, parole e azioni ai Suoi pensieri e alle parole contenute nei
santi vangeli, nelle scienze teologiche e nel diritto canonico, ma anche
nella regola riconosciuta dalla chiesa, per potere,
al tramonto della
vita, in piena consapevolezza e la serenità, ancora una volta ripetere più profondamente: “Tutto è compiuto”,
cioè ho compiuto la volontà di Dio.
Questa è stata l’eterna volontà divina: che voi viveste
nel ventesimo secolo con tali persone,
in un preciso ambiente, vi trovaste esposte a certe tentazioni, poteste
ricevere le grazie necessarie per combatterle e poi, in seguito ad un
loro eventuale uso sconveniente e contrario alla volontà
di Dio,
risollevarvi e tuffarvi con fiducia nell’abisso della misericordia di
Dio,
per poter d’ ora in poi servirla, conoscerla sempre di più, divulgarne
il culto e indurre gli altri. Questa indubbiamente è stata la volontà
divina. Gioisco perchè avete riconosciuto questa volontà
e accettata, perchè non avete sommerso, sotto gli interessi personali,
la voce dello sposo, perchè, alle chiamate interiori ed esteriori,
avete risposto con le parole del Maestro: “Ecco io vengo”,
per poter alla fine ripetere “Tutto è compiuto”!
Si è compiuta la salvezza: dal costato del Salvatore nasce la
Sua sposa, la madre dei bambini
rinati nel santo battesimo, la chiesa
cattolica. Questa d’ora in poi attingerà da quel costato
la sorgente di grazie per tutta l’umanità, e vi vuole, Care sorelle,
porre il più vicino possibile
a quella sorgente e farvi mediatrici per i peccatori, gli indifferenti,
gli abbandonati e trascurati,
gli inetti, gli ammalati, i prigionieri, i senzatetto, soprattutto, però,
i disperati, per soffiare nelle
loro anime la fiducia e ancora, una volta,
la fiducia nella smisurata, illimitata, incomprensibile, inesprimibile
misericordia di Dio: “Gesù, confido in Te”.
Trema l’inferno nelle sue fondamenta, di fronte alla nuova, e allo stesso
tempo alla vecchia parola d’ordine, la quale fra poco risuonerà
nel mondo intero. Ecco stanno nascendo i nuovi apostoli
di Cristo, che volevate uccidere. Creeranno la nuova famiglia umana, che
arerà tutta la terra
con l’aratro forte della fiducia nella misericordia
di Dio, la parola d’ordine che riscalderà tutto
ciò che
è freddo, renderà tenero tutto ciò che è duro,
ravviverà tutto ciò che è secco, accenderà
tutto ciò che è sta per spegnersi, darà il colore
della vita a tutto ciò che è arido, unirà individui,
famiglie, società, nazioni e stati nell’ abbraccio del vero amore
fraterno, l’amore di Dio e del prossimo!
Ecco lo stupendo compito, che vi ricorda oggi, nel giorno solenne, il
Salvatore divino.
Ecco il nobile fine, che propone di scegliere, secondo le proprie capacità
ed inclinazioni
a voi tutte e ad ognuna personalmente. Ecco il riassunto del programma
del lavoro preparatorio
da realizzare nel corso del noviziato, nel lavoro
educativo e autoeducativo, perché dopo
si proceda arando, volontariamente, consapevolmente e con zelo, la terra
indicata ad ogni anima, senza guardare indietro, senza cercare olio per
le lampade, aspettando la ricompensa soltanto
dal misericordiosissimo sposo celeste.
I suddetti fini e compiti siano pur elevati e sproporzionati tanto rispetto
alle nostre forze, capacità, disposizioni, quanto rispetto ai nostri
limiti ed imperfezioni, ma, ancorchè involontariamente
ci assalgano la paura ed il dubbio, dobbiamo sperimentare prima su noi
stessi l’azione dell’illimitabile, incomprensibile ed infinita misericordia
di Dio – come Saulo sulla via di Damasco oppure come Pietro nel cortile
di Caifa – per poter dopo rinfrancare gli altri nella fiducia,
sostenere
chi vacilla e dubita, facendogli ripetere la giaculatoria animante e vivificante:
”Gesù, confido in Te”.
Anche se, immersi tante volte nell’incommensurabile misericordia, cioè
nel sacramento della penitenza, abbiamo purificato le nostre anime dalle
ferite di peccato nel preziosissimo sangue
del nostro Salvatore, che continua a sgorgare dal Suo costato aperto,
può in noi causare ansia
e scoraggiamento il nostro passato, forse non sempre raggiante e puro,
anzi, oscuro e storto
almeno in alcuni periodi della vita. Può
darsi che la contrizione non sia stata sufficiente oppure
sia mancato il proponimento forte di non commettere più peccati
o che non si sia compiuta
la penitenza data o che non si sia confessato
tutto; ma anche se Dio ci ha già perdonato, veramente vorrà
darci adesso più grazie e, anche se ce le volesse concedere, per
quali motivi lo farebbe? Questi e altri dubbi ci possono turbare fino
a minare la speranza.
Si deve tuttavia necessariamente eliminare ogni dubbio fin dall’inizio,
combattere in se stessi
la paura e le ansie, considerandole tentazioni molto pericolose e combatterle
con la giaculatoria “Gesù, confido in Te!”. Tu mi assicurasti il
perdono, quando rimettesti alla Maddalena le colpe
di cui si rammaricava, quando perdonasti Pietro una volta pentito, quando
promettesti il paradiso
al malfattore sulla croce. Tu assicurasti che
ci sarebbe stata più gioia per un peccatore pentito
che per novantanove
giusti. Tu sei il buon pastore, che lascia il gregge delle pecore buone
sul pascolo e va a cercarne una smarrita, tu mi cercavi, quando mi ero
impegolato nelle spine
del peccato e mi ero ferito dolorosamente e, trovatomi, mi hai preso tra le braccia
ed adesso
mi stai guarendo con cura le ferite del peccato nella mia anima.
Gesù, confido in Te. In Te,
non nelle promesse illusorie del mondo
bugiardo… In Te, non nelle tentazioni astute e scaltre
di Satana…
In Te, non nelle passioni sfrenate ed esuberanti… Confido instancabilmente
che tutte le azioni
della mia vita si trovino nell’eternità, fuorché
i peccati, che Gesù ha annientato nel sacramento
della penitenza
e che li dimentichi così come dimenticò la vita di peccato
della Maddalena,
il rinnegamento di Pietro, la persecuzione di Saulo, come anche dimenticò
le colpe di Agostino; basta che io mi penta ancora. L’ultima pietra del
male, che comunque appartiene al passato, dovrebbe diventare la pietra
angolare al nuovo edificio della santità. Gesù, confido
in Te.
L’ansia e lo scoraggiamento possono essere dovute al nostro stato attuale,
al nostro carattere
pieno dei vizi, magari, alle nostre cadute, le quali,
nonostante il proposito di migliorare,
continuano a ripetersi frequentemente
nostro malgrado. Si deve, perciò, ricordare la sentenza ascetica
memorabile che sulla terra non esiste nessuno stato di perfezione ma soltanto
l’aspirazione. La santità sulla terra non è niente di stabile,
è uno stato dinamico come disse
il Salvatore. “Da allora in poi viene annunziato il Regno di Dio e
ognuno si sforza per entrarvi”
(Lc 16,16). Ciò si nota nelle numerose parabole del Signore Gesù;
nella parabola di dracma perduta…, del grano di senape crescente, particolarmente
nella parabola dei servi e dei talenti. Solo coloro che lavorano, riceveranno
il guadagno. Soltanto a coloro che, dopo avere ricevuto
i talenti, sono andati ad impiegarli e ne hanno guadagnati il doppio,
il salvatore celeste promette
il regno dei cieli. “Siate perfetti come
il Padre Celeste ”.
Quanto di più ci avviciniamo al fine irraggiungibile, tanto più
numerose troviamo in noi le mancanze. Per questo non dobbiamo scoraggiarci,
ma sentirci stimolati ad appoggiarsi nel nostro maestro, nel tentativo
di uscirne. E’ dogma della fede che la grazia divina è necessaria
per la salvezza; con le nostre proprie forze non siamo in grado di evitare
i peccati veniali quotidiani. Perciò la fiducia nell’aiuto promesso
dal salvatore nostro è il migliore rimedio a tutti i dubbi
dovuti
dallo stato di imperfezione attuale delle nostre anime.
L’ansia e lo scoraggiamento possono essere dovuti anche di più
all’incertezza del futuro: persevererò, ce la farò oppure
crollerò, come potrò andare avanti, se fino adesso non ho
fatto
i grandi progressi? Il Signore Cristo disapprova tali previsioni e dice:
“Non affannatevi dunque
per domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini.
A ciascuno giorno basta la sua pena.”
(Mt 6, 34) L’autore ben conosciuto di “Sì, Padre” afferma che “essere
santo significa vivere completamente il presente”. E’proprio così,
perché siamo responsabili solo dei momenti presenti, non di quelli futuri.
Perciò fantasticare è pericoloso quanto riflettere ed considerare
male il passato. Se a qualcuno risulta difficile resistere alla riflessione
sul futuro, che si presenta nero, risvegliando ansia e dubbi per quanto
potrebbe capitare, egli si aiuti con la giaculatoria “Gesù, confido in Te”.
La fiducia nella misericordia di Dio ristabilirà
la pace interiore, turbata dalla paura del futuro, perché “Dio è il nostro scudo e la nostra
corazza” come lo dice il salmista.
Ciò comporta che la fiducia nella misericordia di Dio ha un ruolo
privilegiato nella vita spirituale come nessun’altra virtù, perciò
il Salvatore la raccomanda più vivamente, dicendo per un verso:
“Senza di me non potete far nulla” e per altro verso: “Abbiate
fiducia, io ho vinto il mondo!”,
“Abbi fiducia, figlia, i tuoi peccati sono perdonati”, “Abbi
fiducia e vedrai la gloria di Dio”,
“Perché hai dubitato, uomo
di poca fede”, “Non abbiate paura, io sono con voi” ecc. Perciò
prima
di tutto dobbiamo consolidare la nostra fiducia riguardo al passato,
al presente ed al futuro,
perché solo così avremo il perno della
nostra vita interiore, solo così ci troveremo su un terreno solido
nel nostro lavoro educativo con noi stessi e in futuro con le altre anime,
solo così potremo fare olocausto di noi stessi con i voti, offrendoci
senza nessuna riserva al Signore Dio, al Suo servizio esclusivo.
Oggi si parla tanto di servire il Signore con gioia, perché essa è
veramente indispensabile.
“Servite il Signore con gioia” esclamava
il salmista. Però non la si può estorcere contro la propria
volontà. Essa arriva e sparisce di frequente impercettibilmente,
giacché la gioia è un sentimento piacevole che nasce in chi è
in possesso di un certo bene. La durata della gioia dipende dalla durata
del bene; con esso appare e con esso sparisce, se lo perdiamo oppure ci
rendiamo conto della sua vanità od almeno della sua imperfezione.
La sofferenza, quando viene vissuta senza scopo, di solito bandisce e
divora la gioia. Invece la sofferenza, accolta e vissuta con un’intenzione
buona genera una gioia bellissima, purissima e permanente, come la ebbero
i martiri.
Tale sofferenza ci avvicina a Dio, al sommo bene, che è
il solo a concederci la gioia perenne.
Perciò è la fiducia nella misericordia di Dio che trasforma
la sofferenza nella gioia permanente.
E, mediante la giaculatoria “Gesù, confido in Te”, l’anima sofferente
viene inondata nel suo profondo da la pace infinita, capace di irradiare
esternamente la gioia. Nella tristezza bisogna cercare la consolazione
affidandoci con fiducia alla misericordia di Dio, come la trovavano i
santi;
in tale fiducia si trova il segreto della gioia soprannaturale,
nonostante le lacrime amare
che continuano a fluire dagli occhi sgomenti.
Soltanto Maria Immacolata che ebbe fiducia illimitata, poté inneggiare
l’inno di gioia: “il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore”, come cantò
non solo quando incontrò la cugina Elisabetta, ma probabilmente
anche sotto la croce quando la spada
del dolore ne trafisse il cuore, perché ella sempre lodava la misericordia
di Dio in cui confidava.
“Di generazione in generazione
la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della Sua Misericordia”
(Lc 1, 50.54)
Sulla terra tutto passa: passano irreparabilmente i giorni della vita
avvicinandoci a quello della morte, con la quale passeremo all’eternità;
con la vita passa la gioia terrena che assomiglia vagamente a quella che
ci aspetta nell’eternità, ove prenderemo parte della pace eterna
senza nessun turbamento e smarrimento. Colui che spesso ripeteva durante
la vita “Gesù, confido in Te” non verrà sorpreso dalla morte
addormentato, ma vigilante coi fianchi cinti, fiducioso, quasi come con
la fiaccola accesa. Con l’ultimo respiro dirà “Gesù, confido
in Te” e subito dopo sentirà
il richiamo delizioso: “Vieni, benedetto, alla gioia eterna”. Ovviamente
la fiducia non può
diventare il quietismo oppure la fiducia esagerata.
Soltanto se unita con la penitenza vera
e sincera, essa diventa una capacità morale giusta.
Senza tale unione può trasformarsi nel peccato contro lo Spirito
Santo, isolenza che inibisce l’azione della grazia divina nell’anima.
Peccare contro la fiducia nella misericordia di Dio
è la più
gran disgrazia, perché, come afferma l’autore di “Sì, Padre”, non
tanto il peccato,
quanto la persistenza in esso è il male peggiore.
Il quietismo inclina a tale persistenza.
Perciò, care sorelle in
Cristo, pronunciando le parole “Gesù, confido in Te” dovremo fare
tutto
ciò che ci è possibile al fine di corrispondere alla grazia di Dio e collaborare debitamente
con essa. Innanzitutto, in conformità con la regola, senza una
ragione importante, non possiamo omettere
la riflessione giornaliera,
che è indispensabile.
Mediante essa si allarga e consolida la nostra conoscenza di Dio e della
Sua misericordia,
manifesta a noi soprattutto attraverso la vita, passione
e morte del Signore Gesù, attraverso
la vita eucaristica del nostro
salvatore, nel sua dolcissimo cuore e in quello della Sua dilettissima
madre, che è la nostra madre di Misericordia. Bisogna, comunque,
sapere che è meglio rimanere nella riflessione una mezz’ora intera
senza sosta invece di pregare due volte al giorno quindici minuti. Nel
primo caso si approfondisce di più, nel secondo si perde tanto
tempo per la preparazione
e il raccoglimento, senza i quali la riflessione solitamente è
poco fruttuosa. E’ bene conoscere, particolarmente all’inizio, il metodo
di San Ignazio ed esercitarsene. Dopo ogni anima può fare
la riflessione secondo il proprio metodo. La preghiera non è l’unico
segno della nostra vita pia,
però rimane il segno sostanziale della
nostra vera religiosità.
Oltre a ciò bisogna ogni giorno fare l’esame di coscienza, sia
generale sia particolare, la lettura spirituale della Sacra Scrittura
e dei libri ascetici, lo studio della teologia e del diritto canonico,
conoscere meglio la storia della nostra Madre Chiesa, conversare su temi
spirituali con le consorelle e su quelli riguardanti la vita interiore
con la maestra, rimanendo fedeli allo stesso tempo
al compimento dei propri
compiti familiari, affinché la pace della casa non sia turbata.
Ciò non è facile, però, con l’aiuto di Dio e la buona
volontà, tutto si può migliorare, lasciandoci guidare dalla
prudenza, che è la guida di tutte le virtù, auriga virtutum.
Soprattutto bisogna preoccuparci di realizzare debitamente tutto ciò
che ci obblighiamo o ci obbligheremo
a compiere attraverso i voti.
Questa è l’aspetto più importante che dovrebbe diventare
il principale oggetto dei nostri sforzi
“Il Signore Dio smarrirà colui che violenta la Chiesa di Dio”,
grida il profeta; mediante il voto
la nostra anima e il nostro corpo diventano
la chiesa di Dio, la dimora dello Spirito Santo.
Mediante il voto di castità,
che pronuncerete, diventerete il tempio del Signore. Poichè a Maria,
tempio vivo, Dio diede il privilegio di essere l’Immacolata Concezione,
pensate quanto voi, quali spose del Salvatore, dovete cercare di rimanere
intatte nei pensieri, nelle parole e nelle azioni.
Bisogna rigorosamente evitare le occasioni e le tentazioni e combatterle
con tranquillità,
però con decisione, fin dall’inizio,
dicendo subito: “Gesù, confido in Te”, nella condizione
in cui
vi trovate al momento. È difficile precisare l’oggetto dei voti
di povertà, obbedienza
e pratica della misericordia, perciò
vi basti effondere una promessa. Anch’essa tuttavia deve
essere praticata
seriamente, perché riguarda Dio. Cercherò di delineare il mio parere
in proposito.
L’oggetto del voto di povertà comporta,
rispetto ai beni temporali, l’atteggiamento di distacco
di chi sa di non poter disporre liberamente della proprietà legalmente
ottenuta, ma sempre
in tutto parla con la maestra e chiede l’autorizzazione per attuare i
propri progetti.
L’oggetto del voto di obbedienza comporta la sottomissione della propria
volontà, se non in tutte
le azioni, il che attualmente è
impossibile, almeno in un ambito preciso scelto in accordo
con la maestra.
Si può per esempio limitare l’ambito dell’atteggiamento da tenere
verso le persone con cui si vive quotidianamente, genitori, sorelle o
fratelli, e decidere di non far niente senza averle prima consultate,
oppure almeno di non fare quello chi a loro dispiace. Ovviamente solo
se una tale decisione non coincide con un’altra già precedentemente
convenuta.
Adesso bisogna soprattutto lottare contro almeno uno dei vizi, per esempio
contro quello che
è più diffuso, cioè l’ egoismo oppure l’ esagerato
amor proprio, che è la malattia dei nostri tempi, malattia individuale,
nazionale e sociale, che è la morte di Dio e del prossimo, tomba
della pace interiore ed esteriore, sorgente di confusione, di ogni contesa
e guerra, seme di peccato
e di oltraggio. Questo vizio limita la nostra
prospettiva sul mondo, diminuendola sempre di più.
Rende impossibile la vita comunitaria, trasformando a volte il luogo
di preghiere e di raccoglimento in una caverna delle iene che si mordono
e si odiano reciprocamente. Perciò si deve subito
e con forza sradicare
quel vizio, prendendo come modello il Maestro Divino, il quale disse:
“Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. Solo uno che si sia
liberato di se stesso,
del suo esagerato amor proprio, può diventare
grande ed aperto, ricettivo nei confronti dell’azione
della grazia di Dio, può dire onestamente e senza ipocrisia: “Gesù,
confido in Te”.
Mi è impossibile scrivervi tutto ciò che vorrei, mi manca
sia il tempo sia lo spazio. Spero che
voi stesse, con una guida illuminata
conosciate, capiate e mettiate in pratica tutte le indicazioni
di Cristo
e della sua sposa, la chiesa, inerenti ad un fine così nobile quale
è la vita religiosa.
Spero che la misericordia di Dio non limiti
le grazie alle Sue combattive serve. Esse si sono proposte uno solo obiettivo
davanti ai loro occhi. Spero che la Madre della misericordia
vi prenda
sotto il suo mantello in modo particolare e che guidi i vostri passi.
Spero che l’angelo custode di ognuna di voi, sotto la comando del principe
degli spiriti celesti,
san Michele Arcangelo, vi guidi sulla via diritta, vi ammonisca con la
voce interiore e vi parli mediante la bocca dei confessori e dei padri
spirituali, vi sostenga con ispirazioni e preghiere
al cospetto del trono dell’Altissimo. Auguro a tutte voi ed ad ognuna
personalmente che il giorno
11 di questo mese sia il giorno del vostro
fidanzamento con Gesù e che, nell’anno prossimo,
esso diventi il giorno delle nozze delle vergini sagge, con le lampade
accese di amore e di fiducia, per far luce agli altri uomini. Prego con
fervore ogni giorno con queste intenzioni e, specialmente
in quel giorno,
ripeterò le parole del salmista “Mostrami, Signore, la tua misericordia
e donami
la tua salvezza!”.
In Dio, don
Michele, 9.04.1942
LETTERA III
“Misericordia
Dei confidentibus in Eum,
Misericordia di Dio per coloro
che confidano in Lui!”
Care Sorelle in Cristo,
Ogni grande idea si esprime solitamente con parole brevi, che diventano
la parola d’ordine
dei loro propugnatori. Anche l’idea della misericordia di Dio dovrebbe
averne una, con la quale
si possano riconoscere i suoi adoratori, un motto per i suoi apostoli,
con quale salutarsi ogni volta
si incontrano e nella quale si compendiano
la profondità ed il programma dell’apostolato.
Alla ricerca di tale parola d’ordine sono ricorso alla Sacra Scrittura,
alla lettera di Dio per
gli uomini – e vi ho trovato due espressioni molto adeguate e una di esse
può essere da noi
assunta come la parola d’ordine: “La Misericordia
di Dio per coloro che operano misericordia”
e “La Misericordia di Dio per coloro che confidano in Lui”. Tutte e due
s’incontrano diverse volte nella Sacra Scrittura, letteralmente oppure
come un pensiero fondamentale delle pericopi più lunghe o più
brevi. Mi sembra, perciò, che tutte e due siano adeguate, ma io
propendo per la prima.
Questa parola d’ordine è presente in tutti i libri dell’Antico
Testamento, però più spesso
la si può incontrare nei Salmi, di cui addurrò alcuni brani.
Nel Salmo 13, Davide si sente del tutto abbandonato ed esprime grande
fiducia solo nella misericordia di Dio: “Nella tua misericordia
ho
confidato/ Gioisca il mo cuore nella tua salvezza” (Sal 13, 6). Nel
Salmo 17, il re ispirato supplica
il soccorso di Dio contro la crudeltà dei nemici, esprimendo fiducia
in Dio misericordioso
”Mostrami i prodigi del tuo amore / tu che salvi
dai nemici / chi si affida alla tua destra” (Sal 17, 7).
Nel Salmo
21, Davide ringrazia della vittoria attribuendola alla fiducia riposta
nella misericordia
di Dio “Perché il re confida nel signore / per la fedeltà dell’Altissimo
non sarà mai scosso” (Sal 21, 8). Nel Salmo 31, lo stesso autore
davanti ai grandi pericoli che lo minacciano prega al Signore
e fa riferimento anche alla fiducia “ma io ho fede nel Signore / Esulterò
di gioia per la tua grazia”
(Sal 31, 7b-8a).
Nel Salmo 32, esprime la propria gioia perchè il Signore ha perdonato
a colui che ha confidato
in Lui “Molti saranno i dolori dell’empio / ma la grazia circonda chi
confida nel Signore”
(Sal 32, 10). In quasi tutto il Salmo 33 risuona il messaggio che tutto
avviene, non come la gente desidera, ma come Dio misericordioso guiderà
gli eventi “Ecco, l’occhio del Signore veglia
su chi lo teme, / su chi spera nella sua grazia” (Sal 33, 22). Lo
stesso nel Salmo 52 “Io invece
come olivo verdeggiante / nella casa di Dio. / Mi abbandono alla fedeltà
di Dio / ora e per sempre”
(Sal 52, 10) e nel salmo 86 “Tu sei
buono, Signore, e perdoni, / sei pieno di misericordia
con chi ti invoca” (Sal 86, 5). Nel Salmo 103, Davide identifica la
fiducia con il timore figliale
“Come il cielo è alto sulla terra,
/ così è grande la sua misericordia su quanti lo temono”
(Sal 103, 11).
Nel salmo 143, lo stesso autore ispirato, di fronte alla ribellione del
figlio Absalom chiede aiuto
il più presto possibile ed è sicuro di ottenerlo di ottenerlo
“Al mattino fammi sentire la tua grazia,
/ poiché in te confido”
(Sal 143,8). Nel Salmo 147, l’autore ispirato chiede al creato di lodare
Dio, perché “il Signore si compiace di chi lo teme, / di chi spera
nella sua grazia” (Sal 147, 11).
Infine il Salmo 136 può essere considerato quasi una litania della
misericordia di Dio nell’Antico Testamento, perché il salmista, enumerando
ogni beneficio ottenuto da chi confida in Dio,
aggiunge in ogni strofa
il ritornello: “Perché eterna è la Sua misericordia”.
Non riporto ulteriori citazioni della Sacra Scrittura, limitandomi ad
un brano solo del Nuovo Testamento, il più peculiare: ”Andiamo
con fiducia alla capitale di grazie, perché possiamo sperimentare la misericordia
e trovare grazia”. Qui l’Apostolo delle Genti richiede la fiducia
e garantisce la misericordia di Dio a tutti coloro che in essa confidano.
Presuppongo, perciò,
che il primo testo sia più appropriato, perché corrisponde di più
alla giaculatoria messa sotto l’immagine, con la differenza che la prima
forma è più esclamativa, la seconda, invece,
più
indicativa.
“Con le parole si manifesta la volontà, con le azioni la potenza”,
disse Mickiewicz, esprimendo
così una ben conosciuta verità
di vita, più volte confermata nella Sacra Scrittura, ma in modo
particolare sottolineata dal Salvatore nella parabola sugli operai e sui
talenti. Nell’azione
si manifesta il nostro valore presso Dio e gli uomini. Perciò ci
dovremmo preparare debitamente
ed esercitarci ora, in conformità con il tipo di azione prescelto
(interiore, contemplativa
o esteriore). Nel nostro modo di agire, sia quello esteriore sia quello
interiore, lo scopo principale dovrebbe essere duplice: la gloria di Dio
e il profitto per il prossimo. La gloria consiste nel conoscerLo ed amarLo
sempre di più, meditando la misericordia di Dio; il profitto invece
comporta
il compito di compiere atti di misericordia verso l’ anima ed
il corpo del prossimo. Quest’ultimo
ha un’importanza pregnante ai nostri giorni, perché tra la gente si riscontrano
tante sperequazioni
e divergenze di idee.
Che cosa ha causato tale divisione tra la gente? Soprattutto la deviazione
da Dio. Chi non sa
oppure si dimentica che Dio è il Padre di tutti
gli uomini, non riconosce la fraternità esistente
tra le genti delle diverse nazioni. Un ruolo non secondario va riconnesso
anche alla questione sociale. Questa si chiede se prevalga lo spirito
di egoismo oppure di sacrificio, se la base della società sia lo
sfruttamento dei deboli a vantaggio dei potenti oppure se l’organizzazione
stessa imponga sacrifici a tutti, nell’interesse del bene comune, innanzitutto
però prendendosi cura dei
più deboli. Ci sono tanti uomini
che hanno troppo e pretendono ancora di più, non di meno ci sono
coloro che hanno molto poco, anzi, che non hanno quasi niente e che vorrebbero
ricevere viene loro rifiutato.
Tra questi due estremi contrapposti potrebbe scoppiare una lotta – una
lotta tanto più terribile
in quanto, da una parte, contende la potenza d’oro e dall’altra la potenza
del desiderio
di possederlo, che rasenta la disperazione. Guardando quello che accade
si può profetizzare
che tale lotta non cesserà fin quando la gente non si volgerà
alla misericordia di Dio e non incomincerà ad imitare Dio in quell’
attributo, con atti di misericordia verso il prossimo.
Il cristianesimo garantisce il diritto di proprietà, conforme
al comandamento “non rubare”,
il quale d’altronde sgorga dalla legge naturale, dall’imperfezione della
natura umana dopo
la caduta, lo garantisce, però, come utile a rendere il sacrificio,
come condizione per poi liberarsene , come una particella di libertà,
senza la quale uomo non avrebbe avuto il merito.
La Chiesa solo approssimativamente chiede una decima del guadagno per
le opere della misericordia, però non lascia senza vincoli le altre
novanta per cento parti del reddito, richiedendo che in ogni istante siano
disponibili per il bene comune, nella misura nota solo a Dio. Oltre all’
elemosina materiale, bisogna anche portare l’elemosina in spirito ai poveri,
cioè trattenere rapporti d’amicizia con loro, sostenerli con un
consiglio, istruirli, pregare per loro. Sedendo accanto
al lettuccio di
ammalati e sofferenti, entrando nei segreti di cuori amareggiati, di coscienze svuotate, nelle case private, negli ospedali, nelle botteghe,
nelle scuole, nelle città e nelle campagne, in varie condizioni, pienamente conosceremo tutti gli
aspetti di questo programma, inizieremo a realizzarlo, contribuiremo a
rasserenare le menti inquiete.
L’elemento individuale insito in atti di misericordia consiste nella
santificazione personale
di quanti compiono tali atti. Niente nobilita l’uomo quanto vedere nei
poveri materialmente
e spiritualmente presente lo stesso Cristo Signore; mettendo le mani nelle
loro piaghe, materiali oppure spirituali, immaginare che si tocchino le
piaghe sulle mani, sulle gambe, sulla testa
e sul costato dello stesso
Salvatore. Riconoscere in loro i nostri padroni e in noi stessi i servi.
Chiamarli messaggeri di Dio, chiamati ad esistere per provare fino a
che punto imitiamo Dio
nel suo specifico attributo. Ciò significa
che i poveri non sono superflui. Il Salvatore disse:
“I poveri li avrete
sempre con voi”. Un povero che soffre serve Dio e la società,
così come colui
che prega. Egli compie l’ufficio espiatorio, l’olocausto di cui i meriti scendono
su di noi, perché
egli porta un peso più grande di quello che possono portare gli altri e nella
sua preghiera risuona una potenza che dalla natura apre alla sopra-natura
e, tirandone la tenda, rende l’implorazione
ed l‘invocazione di milioni di persone.
Noi invece abbiamo la possibilità’, con l’aiuto di Gesù Cristo,
re della misericordia, fondandoci sulla Sua misericordia, di rendere misericordia
alla gente e contribuire al cammino di santificazione, aiutandola a crescere
nella santità e svolgere così un’influenza positiva sulla
società. Colui che confida in Dio misericordiosissimo, non sarà
soltanto il passivo ricevente delle grazie, ma cercherà di compiere le opere della misericordia.
Aggiungo i saluti
a tutti Don Michele
LETTERA IV
IL SANTISSIMO SACRAMENTO DELLALTARE
Gesù, confido in Te!
06. 08 1942. Carissime Sorelle in Cristo, Visitando otto anni fa la Terra
Santa, sono rimasto particolarmente impressionato dalla vista, sul Monte
Tabor, del luogo della Trasfigurazione
del Signore. Il Signore Gesù, consapevole dell’avvicinarsi della
Sua passione, volle consolidare nella fede nella sua divinità gli
apostoli prescelti (Pietro, Giacemmo e Giovani) e si manifestò
loro
in tutto lo splendore della Sua gloria e della maestà. Offrendo
in quel luogo a Dio il sacrificio incruento, mi sono ricordato, o meglio,
mi sono reso conto che il Cristo Signore fa il miracolo della Trasfigurazione
ogni giorno, non solo davanti agli Apostoli prescelti, ma davanti a tutti
i presenti,
in tutti i nostri santi templi, durante la santa messa, ove,
benché non manifesti apertamente
lo splendore della Sua gloria e maestà,
operando la transustanziazione del pane in carne e del vino in sangue,
risveglia la nostra fede agli stessi sentimenti che ebbero gli apostoli
sul Monte Tabor.
Il santissimo sacramento è la manifestazione dell’illimitata misericordia
di Dio. La misericordia
di Dio consiste nel rivolgersi del creatore alle creature, allo scopo
di farle uscire dalle miserie
e cancellare le mancanze. Ebbene, nel santissimo sacramento dell’altare,
la parola eterna,
“per la quale tutto si è fatto”, non solo si rivolge, ma si offre
come dono perfetto alla gente, donandosi continuamente con la Sua somma
saggezza, potenza e generosità. “Prendete
e mangiatene, questo è la mia carne” – dice il Salvatore.
Com’è straordinaria questa espressione! Nutrirsi di Dio, incarnare
in sé Dio, diventare il tabernacolo vivente di Dio, ricevere il corpo
di Gesù, il quale morì sulla croce, giacque nella tomba,
salì al cielo, siede alla destra del Padre, ove è la gioia
degli angeli, la gloria del cielo, lo stupore degli spiriti benedetti. Assieme al corpo c’è il sangue,
l’anima e la divinità, che ne sono inseparabili.
“Fate questo
in memoria di me” – cioè prendete il pane, dite come dico io:
“Questo è il mio corpo”
e, in quel momento, il pane diventerà
il Mio corpo sulle mani di tutti i sacerdoti senza eccezione, perché la potenza delle Mie parole non dipende
dai meriti di colui che le pronuncia.
Questo sarà il Mio corpo per tutti i secoli, in tutti i luoghi,
Mi moltiplicherò su milioni di altari,
in miliardi di ostie e particelle, però in ognuna rimarrò
intero, vivo, presente con umanità e divinità. Come si può
estrinsecare la perfezione di quel dono misericordioso, come paragonarlo
con qualunque altro? Gli altri doni di Dio, anche tutti i sacramenti trapassano,
ma il santissimo sacramento è un dono continuo che dura in ogni
momento, sia di notte sia di giorno, fino alla fine dei tempi. Egli rimane con noi pronto ad ascoltarci, continua
ad intercedere per noi presso al Padre celeste, a contemplare le Sue perfezioni,
a lodarle, si umilia nel nostro nome per dare gloria a Dio, continua a
ringraziare nel nostro nome, implora il perdono dei nostri peccati, ricompensa
e rende soddisfazione, incessantemente si offre come il nostro mediatore
davanti al Padre celeste,
per allontanare il colpo della giustizia ed ottenere
la misericordia.
Quando il nostro emisfero è sommerso nel sonno, nell’altro emisfero
i sacerdoti tengono in mano l’olocausto per i peccati del mondo. In tal
modo il nostro mediatore è continuamente sospeso
tra il cielo e la terra dinanzi al Padre celeste, coprendo il mondo peccaminoso
con le sue piaghe come lo vide suor Faustina in un’estasi. Noi lo dimentichiamo,
Egli non cessa di ricordarsi di noi;
noi lo offendiamo, Egli persiste
ad offrirsi per noi; noi lo attristiamo, Egli ci consola; noi cadiamo
sotto i colpi delle tentazioni, Egli continua ad alzarci, ci fortifica
e ci chiama: “Venite da me che
siete affaticati ed oppressi ed io vi
darò sollievo”.
Possiamo, perciò, arguire che il Santissimo Sacramento è
un dono continuo della misericordia;
che il nostro cuore sarebbe duro,
se non si spronasse all’amore ed alla gratitudine sempre
più grande verso Gesù, nostro Signore e la santa comunione,
ricevuta in maniera sempre più dignitosa. Ella è un tesoro
infinito di grazie che possiamo ricavare ininterrottamente senza mai diminuire,
con cui possiamo ripagare i nostri debiti e soddisfare le nostre necessità
e quelle
del mondo intero.
La misericordiosa offerta da Cristo, nostro Signore alla gente, nel santissimo
sacramento,
è la manifestazione della saggezza, della potenza e della generosità
divina. La saggezza
sta nel trovare il fine adeguato ed i mezzi che consistono in tutto ciò
che troviamo nel sacramento dell’Altare. Il Signore Gesù è
tornato al Padre, però non ci abbandona, ha nascosto il suo splendore
sotto il velo eucaristico, donandoci la possibilità di esercitarci
con fede in ciò che non vediamo,
ci insegna, indossando su di Sè
la semplice forma del pane, la semplicità e la modestia nel modo
di vestirci, ci insegna l’umiltà, la vita nascosta, il distacco
dal mondo, il sacrificio e il rinnegamento della propria volontà,
nell’obbedienza, il rinnegamento dei beni materiali, nella povertà;
ricevendoLo sotto la forma di nutrimento, c’incoraggia ed esercita non
solo a rimanere strettamente uniti a Lui, ma a lasciarci costantemente
trasformare e edificare.
La saggezza eterna ci ha preparato una lezione esplicita sulla misericordia
di Dio, che continua
a persistere, a rialzare l’uomo volto a partecipare alla vita divina ed
all’unione sempre più stretta col Redentore.
La potenza divina si manifesta nei miracoli che si ripetono continuamente
nel santissimo sacramento: il miracolo della trasfigurazione del pane
nell’essenza del corpo di Cristo
e del vino nell’essenza del Suo sangue, il miracolo della presenza Sua
sugli altari, senza cessare
di rimanere nel cielo, il miracolo della Sua
presenza in ogni particola, anzi, in ogni particella,
il miracolo della forma del pane e del vino che mantengono il proprio
gusto e colore, il miracolo che tutto ciò succede dopo che il sacerdote
ha pronunciato sull’altare le parole di consacrazione.
Sant’Agostino, riflettendo sulla potenza divina che si manifesta nel
sacramento dell’altare, esclamò: “Iddio, benché Tu fossi il
più saggio, non potresti fare niente di migliore; sebbene Tu fossi
onnipotente, non potresti fare niente di più perfetto; ancorché
Tu fossi il più ricco, non avresti niente di più prezioso
che il Santissimo Sacramento”. San Giovanni apostolo, nel suo Vangelo,
fin dall’inizio, parla della Parola Eterna, che si fece carne e venne
ad abitare in mezzo noi e, cominciando il racconto dell’Ultima Cena, in
cui fu instaurato il Santissimo Sacramento, innanzitutto ricorda che
Dio Padre aveva dato, nelle mani del Figlio, ogni potenza e forza.
Riconosciamo la generosità di uno che ci ama dal dono offertoci,
particolarmente quando non
c’è dovuto e quando non aspettiamo niente
da costui. Da Gesù nostro Signore non c’è dovuto
niente;
nonostante ciò, Egli ci dona non solo le grazie, ma se stesso.
Ci si dona in un modo
che rovescia tutte le leggi della natura, tramite
i miracoli più straordinari, umiliandosi per la sua misericordia,
sopportando disonore, insulto, sacrilegio, come risulta dal giorno in
cui ha stabilito
il santissimo sacramento. Che cosa aspettava? Sapeva
che dalla gran parte della gente avrebbe ottenuto indifferenza, tiepidezza,
abbandono, talvolta le peggiori insolenze e bestemmie.
Malgrado ciò lo accettò per la sua misericordia.
Mediante il sacramento dell’altare, continua a mantenersi la relazione
tra il cielo ed il purgatorio. Per un verso il Salvatore, nell’offerta
della santa messa, si dona al Padre celeste per l’umanità,
per
alto verso il Padre celeste ci dona il Suo Figlio nella santa comunione,
la cui l’efficacia
si stende su vivi e morti. Ai vivi dà forza,
consolazione e gioia, alle anime sofferenti nel purgatorio, tramite le
nostre preghiere, dà sollievo, li addolcisce nelle sofferenza.
L’esperienza ci convince
di questa verità. L’anima che vede che Dio le si dona per prima,
sente come la cosa giusta donarsi
a Lui completamente. Non solo lo desidera,
ma è piena di buona volontà e di santo zelo che
la trasformano, che le fanno trovare la gioia, nei sacrifici, e la forza,
per superare gli ostacoli.
Il Sacramento dell’Altare non solo rialza l’anima, ma anche indebolisce
il nemico, perché come dicono i Padri del Concilio di Trento, indebolisce
il fuoco della passione e decresce l’impulso
della carne.
Oh, quale tristezza ci sarebbe stata senza il santissimo sacramento!
Nelle Chiese niente avrebbe parlato al nostro cuore (come si vede nelle
chiese protestanti). Il mondo sarebbe stato un esilio senza la consolazione
nelle sofferenze, senza la luce nelle tenebre e senza consiglio nei dubbi.
Il santissimo sacramento, invece, cambia tutto in gioia: le chiese diventano
il paradiso, ove si può pregustare la patria ed ove si può
inneggiare con il salmista: “Quanto sono amabili le tue dimore,
\ Signore degli eserciti! \ Il mio cuore e la mia carne \ esultano nel
Dio vivente.” (Sal 84, 2.3b)
Come siamo felici malgrado le calamità dell’ambiente.
Come siamo sicuri, nonostante i pericoli.
Come siamo ricchi, anche se la miseria ci circonda!
Come siamo forti, malgrado l’enormità dei nemico!
Come siamo gioiosi, a dispetto del fiume di lacrime!
Come sono straordinarie la gloria e grandezza in noi, nonostante l’umiliazione
e il disprezzo.
Dio ci rende onore, scendendo dalla dimora della Sua gloria per poterci
visitare ed esserci compagno nel nostro pellegrinaggio. Per Sua misericordia,
ogni giorno si ripetono questa discesa
e visita Sua in tutti i templi:
anche adesso, in vari posti, Egli si fa quasi prigioniero solitario perché
possiamo avere facile acceso a Lui, perché Egli possa ascoltare le nostre
richieste.
Quale questa gloria è per noi!
Tramite il santissimo sacramento si realizza la comunione dei santi sulla
terra, nel cielo
e nel purgatorio. Come due misure equivalenti ad una
terza sono uguali tra di loro, così tutte
le anime che ricevono
lo stesso corpo del Salvatore nell’unico amore di un solo sposo, si uniscono
strettamente, nonostante lo spazio terreno ed il diverso stato di vita
dopo la morte. In Lui ci uniamo con i santi nel cielo, da cui otteniamo
aiuto. In Lui ci uniamo anche con le anime del purgatorio
ed a loro assicuriamo
consolazione e refrigerio. “Per ipsum, cum ipso, et in ipso”– per Cristo,
con Cristo ed in Cristo si realizza la comunione dei santi
come professiamo nel nostro Credo.
I santi nel cielo gioiscono soprattutto per l’umanità di Cristo,
sempre presente anche nel santissimo sacramento, per il Suo dolcissimo
volto, sorgente di ogni loro bellezza, bontà e felicità,
per il Suo cuore, la cui la misericordia essi hanno sperimentato su di
sé. Gioiscono delle Sue ferite, attraverso le quali leggono con quale
prezzo sono stati ripagati i loro tradimenti. Come un naufrago sopravvissuto,
quando già nel porto, con gioia e gratitudine, rinfrancato dal
timore dei pericoli passatiti, si stringe ai piedi di colui che si è
gettato nella corrente per salvarlo, con lo stesso trasporto essi inneggiano
quegli inni di ringraziamento che Giovanni sentì e scrisse nell’Apocalisse:
“A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza,
nei secoli dei secoli” (Ap 5, 13) “(…) perché sei stato immolato
e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù,
lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno
di sacerdoti e regneranno sopra la terra.” (Ap 5, 9).
Anche noi sulla terra gioiamo della presenza del Cristo-Uomo sui nostri
altari e, pur non vedendoLo direttamente, grazie alla fede, vi ritroviamo
i Suoi tratti con le perfezioni divino-umane e,
tramite Lui, ci uniamo
ai santi nel cielo e alle anime che del purgatorio, sotto la sua giustizia,
e intercediamo per loro alla Sua misericordia.
Nel santissimo sacramento veniamo continuamente inondati dalla misericordia
di Dio.
Ciò ci obbliga a rispettarLo e amarLo, a fare la santa comunione
di frequente ed in modo degno,
a visitarLo nella Chiesa.
“Quanto è terribile questo luogo!” (Gn 28, 17) disse Giaccone,
dopo essersi svegliato dal sonno
in cui aveva visto la scala che univa la terra al cielo. Tanto più
può rispettare queste parole
un cristiano credente di fronte al
tabernacolo, in cui viene conservato il santissimo sacramento.
“Questa
è proprio la casa di Dio” (Gn 28, 17), cui si deve la somma
gloria. Quanto più il Signor
Gesù si umilia nel santissimo sacramento, tanto più dobbiamo
renderGli onore.
Il Padre celeste ce ne diede esempio, quando fece scendere gli angeli
verso la mangiatoia
del figlio, perché onorassero il re dei re e perché annunziassero la Sua
gloria a quanti abitavano nelle vicinanze. Sulle rive del Giordano aprì
il cielo e rese testimonianza ai peccatori del Suo amatissimo figlio,
di cui si era compiaciuto. Quando la malizia umana Lo inchiodò
in croce
e Lo coprì di sommo disprezzo, il Padre celeste fece oscurare tutta
la terra, resuscitare i morti, mentre un terremoto spezzava le rocce.
Questo ci spiega quanto grande dovrebbe essere il nostro amore nei confronti
del Signore Gesù,
che si è umiliato nel santissimo sacramento,
perché lì davvero si è voluto umiliare. Nella mangiatoia
almeno aveva la forma di un neonato, sulla croce conservava la forma umana,invece qui non ha
più niente di simile all’uomo e tanto meno a
Dio. Agli occhi umani ha una forma poco pregevole,
in cui, comunque, è
nascosto un raggio della stessa grandezza che illuminò Mosè
sul Monte Sinai
ed i discepoli sul Monte Tabor.
Questa particola sulla patena contiene Dio infinito, che i cieli non
sono in grado di racchiudere
in se stessi. Quanto grande è la Sua umiliazione, per cui tante
anime pie, tra cui suor Faustina, videro gli eserciti degli angeli rendere
onore senza sosta al re dei cieli, ivi nascosto, come san Giovanni Evangelista
quando vide ventiquattro vegliardi con quattro esseri viventi di fronte
al trono (Apocalisse 4 e 5.6)!
Tutto questo ci fa capire quale dovrebbe essere il nostro rispetto nei
confronti del santissimo sacramento. Qui, davanti al quale tutto il cielo
trema e Gli rende onore, possiamo noi stare
con la mente dispersa ed il cuore indifferente, con un vestito inadeguato
e futile?. Non siamo soltanto i servi del Signore, ma anche debitori di
fronte al giudice, creature di fronte al creatore.
Noi siamo polvere e
cenere della terra.
Perciò santa Teresa di frequente ripeteva in monastero: “Mie
sorelle, dovreste essere di fronte
al Santissimo Sacramento come le anime benedette nel cielo”. Suor
Faustina, invece, di fronte
al santissimo sacramento sempre, quando nessuno
la guardava, rimaneva in ginocchio
con le mani incrociate. Da un tale
rispetto esteriore sgorga l’effusione della pietà interiore,
perché
un atteggiamento esteriore influisce sul raccoglimento, e Dio lo ripaga
subito e rende
in sovrabbondanza all’anima la grazia della pietà
e dello zelo. Da un tale rispetto deriva anche l’insegnamento necessario
al prossimo, un certo tipo di apostolato verso coloro che ci osservano.
All’opposto la mancanza di rispetto in chiesa o cappella, troppa libertà,
sussurrio raffreddano
ed inibiscono la pietà negli altri e, in certi casi, causano titubanza
nella fede.
Il nostro secondo obbligo verso il santissimo sacramento è l’amore
nei confronti di Gesù Cristo,
ivi presente. Molte le ragioni. Lì è presente il padre
della misericordia, Dio, degno d’amore tanto sulla terra quanto in cielo,
ove gli angeli ed i santi, proprio nell’amarLo, trovano la più
grande felicità. Lì è presente Dio, per la Sua misericordia,
quale gli angeli non hanno sperimentato su loro stessi, come noi, per
Sua misericordia. La riflessione su questo è il mezzo migliore
per risvegliare l’amore. Lì è presente Dio-Uomo, il più
bello ed il più perfetto tra i figli dell’uomo. Questa presenza
di Cristo tra gli uomini ha, per alcuni aspetti, di più ragione
di essere che quella in cielo. Perché
nel cielo non viene umiliato, si
trova al Suo posto, all’apice della gloria, che riceve dagli angeli
e
dai santi per i quali, come ho già detto, la sua umanità
è fonte di felicità permette inesprimibile.
Qui per sua misericordia discende dall’alto, si dona ai peccatori, che
non lo amano, di parlare
con Lui, di riceverLo, pur esposto a disprezzo, ingiuria e sacrilegio.
Nel cielo è come il re sul suo trono, invece qui si fa la vittima
per i peccatori, per i servi che si sono ribellati; si fa il mediatore
che implora la misericordia e li protegge dalle pene divine. Oh, come
siamo poco o niente riconoscenti, se non siamo pieni d’amore verso il
nascosto prigioniero eucaristico, a cui ci abituiamo
e che totalmente
dimentichiamo! Per questo bisogna esaminare il proprio comportamento ed
imitare Santa Maria Maddalena de Pazzi, Santa Caterina di Siena, Santa
Teresa e gli altri cuori giusti
che avevano un grande amore verso il santissimo
sacramento.
L’amore dovrebbe dare un valore ad ogni momento che possiamo trascorrere
in adorazione
in chiesa oppure almeno col pensiero volto al santissimo sacramento, durante
il lavoro.
L’amore ci spinge a fare un’ora santa, durante la giornata
o almeno per settimana, dove offrire
tutte le nostre azioni (preghiere,
impegni, passatempi) al prigioniero eucaristico, in espiazione
dei peccati.
L’amore fa sì che, nonostante i lavori più impegnativi,
l’anima si unisca a Lui con
le giaculatorie. Gli offre le sue sofferenze,
umiliazioni, difficoltà e pesi. Prima di tutto l’amore
ci prepara
ad ascoltare degnamente la santa messa, durante la quale viene celebrata
l’eucarestia
e si compie quella meravigliosa trasfigurazione che ci spinge
alla nostra trasfigurazione interiore, ad estirpare i vizi, le imperfezioni
e tanto di più i peccati e ad innestare e praticare le virtù
che
sono necessarie, anzi indispensabili a rinnovare l’immagine e la somiglianza
divina. Lo potremo fare esclusivamente in unione con Cristo Signore, se
Lo riceviamo spesso e devotamente
nella santa comunione.
Il terzo obbligo nostro verso il santissimo sacramento comporta l’impegno
a una frequente
e degna comunione, che è un mezzo salvifico sia per l’ anima sia
per il corpo. Anche se il peccato originale viene tolto con il santo battesimo
e i peccati commessi col sacramento della penitenza, nella natura umana
rimangono le ferite dell’ignoranza, la ferita della debolezza e dell’inclinazione
al male della volontà, le ferite della concupiscenza carnale, dei
desideri e del disordine in tutta
la natura, in cui non c’è più
armonia tra le facoltà spirituali e corporali: le facoltà
corporali disobbediscono alle facoltà spirituali, le quali, a loro
volta, disobbediscono alla volontà divina. Nessuno con i propri
sforzi è in grado di far ritornare tale armonia.
Soltanto la cura divina, che agisce piano piano, come un rimedio, può
arrivare a tal fine.
Tale cura sta nel ricevere frequentemente la santa comunione, perciò
il Signor Gesù disse:
“Io sono il pane vivo disceso dal cielo.
Chi mangia di questo pane vivrà in eterno”, vivrà qui,
sulla terra, una vita piena, armoniosa, divino-umana e, dopo la morte,
nella gloria eterna.
“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, anche
se muore, vivrà in eterno”.
Tramite la santa comunione ci uniamo in modo il più stretto possibile
con il Signor Gesù
– Dio abita in noi e noi in Lui, noi ci trasformiamo
in Lui fino a diventare, si può dire,
un solo corpo ed un solo
sangue. Colui che Lo riceve degnamente è come un altro Cristo;
non perché Cristo si sia trasformato in noi, ma perché noi ci trasformiamo
in Lui. RicevendoLo
di frequente, ci rendiamo conto che non è accettabile
che la nostra lingua, su cui si poserà il corpo di Gesù,
sparli oppure dica parole senza pensare; che il nostro corpo, che sarà
il vivo ciborio del santissimo sacramento, sia inquinato dalla lussuria
anche se minima; che il cuore, che diventerà dimora divina, abbia
accesso a ciò che non
è santo e puro.
Perciò si capisce che la santa comunione smorza le concupiscenze,
estingue il fuoco del desiderio
e così guarisce la nostra impotenza
spirituale. La donna che soffriva di emorragia era sicura
che sarebbe
stata guarita dopo aver toccato il lembo del mantello del Salvatore.
Quanto di più coloro che non solo ne toccano la veste, ma decorosamente
ricevono il Corpo
ed il Sangue del Signor Gesù. Le parole sono inadeguate e inefficaci,
bisogna vivere e sperimentare
i benefici del frumento degli eletti e del vino che dà la vita
alle vergini, come dice l’autore ispirato: “Chi mangia di me, vivrà
per me”. Ciò significa che la sua vita non sarà più
la vita né terrena,
né carnale, ma la vita di Cristo Gesù; ne imiterà
umiltà, purezza, obbedienza, mitezza, povertà
e pazienza.
Potrà ripetere con l’Apostolo Paolo: “Non sono più io che
vivo, ma è Cristo che vive
in me”. San Bernardo, invece, dice: “Se
sperimenti meno rabbia, invidia, impurità e le altre ingiurie,
ringrazia di tutto ciò il Santissimo Corpo di Cristo Gesù”.
Per ottenere buoni effetti, bisogna ricevere il santissimo sacramento
degnamente. Soprattutto bisogna prepararsi bene, sia per il Signore sia
per noi stessi; per il Signore, perché stiamo
per ricevere il re dei re,
per noi stessi invece, perché la comunione, senza preparazione,
è
causa di condanna. Non è possibile leggere senza tremore la parabola
evangelica sul commensale al banchetto nuziale, che, privo dell’abito nuziale, fu gettato fuori,
con le mani
e i piedi legati, nelle tenebre, ove è pianto e stridore di denti.
Questo abito nuziale è, per noi, la grazia santificante, cioè
la libertà dal peccato mortale
e l’intenzione pura. I peccati veniali, che senza la grazia particolare
non si possono evitare,
non sono in sé un ostacolo, perché il Signor Gesù li toglie con
la Sua presenza. Se non sono volontari, commessi con consapevolezza e
volontà cattiva (per esempio l’attaccamento alle creature dovuto
dalle occasioni liberamente scelte, le piccole rabbie, maldicenze ecc.),
possono talvolta costituire un ostacolo che almeno abbassa se non toglie
addirittura gli effetti buoni della santa comunione.
Bisogna, allora, prendere su serio quel grande pensiero: “Mi preparerò
alla santa comunione
e perciò durante questa preparazione decido di compiere devotamente
tutte le mie azioni di sera,
di notte e di mattino; occorre compiere di
frequente atti d’amore verso Dio e chiedere se stessi
chi è Colui
che verrà a me e perché lo farà? Chi sono io?”. Alla fine
bisogna risvegliare in sé
il desiderio di ricevere il Signore Gesù
e, quando non lo sentiamo, chiedere questa grazia,
offrendo in cambio
l’atteggiamento della Santissima Vergine e di tutti i santi.
Ricevendo la santa comunione, bisogna risvegliare l’ atto di fede, di
speranza e carità,
dolore, desiderio ed avvicinarsi con la grandissima
umiltà, piena di rispetto, ripetere, non solo
con e labbra ma con
attenzione, le parole del centurione oppure quelle del figlio prodigo:
“Ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno
di essere chiamato tuo figlio”
(Lc 15, 19).
L’amore pieno di fiducia sarà il coronamento della preparazione
ed accompagnerà lo stesso atto. Talvolta non sperimentiamo tale
amore, allora possiamo chiederlo con fiducia: “Gesù, confido
in
Te” Tuttavia l’amore di Dio non sta nel sentimento, ma si racchiude nella
volontà e nella disponibilità a servirLo e dedicarsi totalmente
a Lui.
Subito dopo la santa comunione, evitiamo di parlare e, nel raccoglimento,
ascoltiamo
ciò che ci dice Gesù Cristo in un momento così prezioso e seguiamo
il movimento della grazia.
Dopo risvegliamo in noi l’atto di adorazione,
di meraviglia e amore. Umiliamoci di fronte all’infinita grandezza del
Salvatore, offriamo lode agli angeli e ai santi per completare i nostri
onori indegni. Restiamo affascinati dalla misericordia di Dio che si abbassa
alla miseria della creatura. Desideriamo appartenere solo a Gesù,
rinneghiamo tutto ciò che è terreno.
Successivamente manifestiamo un atto di ringraziamento per quell’inesprimibile
misericordia
e supplichiamo lo stesso Salvatore affinché ringrazi il Padre celeste
da parte nostra, che siamo indegni. Chiediamo con semplicità e
fiducia, presentiamo a Lui sinceramente le nostre miserie
e le varie mancanze, le necessità del prossimo, dei compatriotti
dispersi nel mondo intero
e dei sofferenti, le necessità dei nemici
e alla fine quelle di tutto il mondo. Questo è un momento
in cui
possiamo chiedere e ricevere tutto. Poi possiamo offrire noi stessi, tutto
ciò che abbiamo
e che siamo perché ci guidi secondo la Sua volontà.
Alla fine facciamo un proposito adeguato, che dovrebbe essere frutto
della santa comunione.
Tali atti dovrebbero durare circa mezz’ora. Si può accorciare quel
tempo solo in caso di urgenza però, anche in tal caso, bisogna
continuare, di ritorno dalla chiesa oppure durante il lavoro
o durante
un dialogo inevitabile con un’altra persona. Diamo importanza al ringraziamento
dopo
la santa comunione, perché lo esige la religiosità, la gratitudine
ed il nostro proprio interesse, perché in questi momenti l’anima sperimenta
la più grande dolcezza nel rapporto col Signore Gesù. Allora
Egli è disposto ad illuminarla molto volentieri, a riscaldarla,
commuoverla, allora quel sacramento porta i frutti. Chi trascura il ringraziamento,
ostacola la grazia, imita un povero
che non vuole accettare l’elemosina
che un ricco gli sta per dare.
La comunione senza la preparazione e senza il ringraziamento adeguato
non solo non porta frutto, ma anche danno, causando la tiepidezza spirituale
volontaria. Allora colui che la riceve non esce dai vizi, non fa progresso
nel cammino della virtù, abusa delle grazie divine di cui dovrà
rendere conto. Per tale anima la religione non rappresenta nessun valore,
diventa fredda, come marmo, insensibile e dura, come una pietra. Tale
uomo non fa nessun tipo di penitenza, cerca
la consolazione nelle creature, non pensa alla santificazione ed
è incline alla caduta.
“Perché tu sei tiepido, cioè nè
caldo nè freddo” dice lo Spirito Santo (Apocalisse 3,16).
Attualmente tante persone rimangono senza la santa comunione nei luoghi
lontani dalle chiese
e dai sacerdoti, per esempio in prigione, in lavoro, durante le vacanze
ecc. Ciononostante si può usufruire dei frutti buoni di cui parlavo
sopra ricevendo la comunione spirituale. Essa consiste nel fervente desiderio
di ricevere il Signore Gesù, mossi da un amore che ci riempie il
cuore.
Quella comunione di desiderio, chiamata la comunione spirituale,
è molto utile all’anima,
perché risveglia l’inclinazione alle cose
divine ed il desiderio a una vita perfetta, dà la forza
di esercitarsi
nelle virtù e talvolta porta più profitto della stessa comunione
sacramentale,
se ricevuta con meno amore. Oltre a ciò può
essere ricevuta in qualsiasi luogo, non solo nelle chiese e nella cappella,
ma anche a casa, durante il lavoro ed, in modo particolare,
durante la
visita del santissimo sacramento.
Il modo di ricevere la santa comunione è il seguente: in quel
momento ci raccogliamo
e col pensiero ci mettiamo di fronte al tabernacolo dove è racchiuso
il santissimo sacramento. Risvegliamo gli atti di fede, di speranza, di
amore, di dolore, di lode e di desiderio. Raffiguriamo con il pensiero
il sacerdote che ci dà il santissimo sacramento. RiceviamoLo in
spirito con grande umiltà, rispetto ed amore fiducioso. Rendiamo
poi grazie, come dopo la Comunione sacramentale. Proprio con la comunione
spirituale l’angelo del Signore nutrì suor Faustina tredici volte
durante
la sua malattia, rivelandole come fosse gradita a Dio tale pratica,
che voi, serve della misericordia di Dio praticherete e verso cui incoraggerete
altre anime di buona volontà.
La visita al santissimo sacramento è il nostro quarto obbligo
verso Gesù, prigioniero eucaristico.
Se Gesù fosse venuto
visibilmente in un luogo sulla terra, come fece in Giudea, e lì
avesse parlato con quelli a cui Egli avesse fatto una visita, senza dubbio
avremmo considerato obbligo, ma anche motivo di gioia poter raggiungerLo.
E se si fosse seduto tra di noi, nella nostra città, ed avesse
detto: “Venite a me, mi piace molto intrattenermi con voi”, sicuramente
avremmo considerato degno
di pena colui che non Gli fosse andato incontro.
La fede, però, ci assicura che in ogni santissimo sacramento abbiamo
lo stesso Gesù, davanti al quale si sono presentati i tre magi
per prostrarsi
alla Sua presenza, davanti al quale si inginocchiano tutti
gli angeli e che ci invita: “Venite da me tutti”, “Chiedete
e vi sarà dato”, “I miei tesori sono inesauribili”.
“Qui riceverete le grazie non solo
per voi stessi, ma anche per i vostri
vicini, per le anime del purgatorio e per il mondo intero”.
La chiesa
ci incoraggia a tale pratica.
Il modo presentarci a visitare il Signore Gesù nel santissimo
sacramento può variare, però sempre deve esserci la pietà
esteriore ed interiore. La prima è condizione indispensabile alla
seconda,
la quale, invece, condiziona la possibilità di trarre profitto
dalla visita. Prima dobbiamo raccoglierci e risvegliare la gioia di poter
passare un attimo in compagnia con Signore Gesù.
Successivamente rendiamo lode esteriore ed omaggi interiori. Dopo parliamo
con Gesù, con semplicità, di tutto ciò che ci indica
il cuore, esprimiamo la nostra gioia e tristezza, le difficoltà
e le preoccupazioni. E se non sappiamo che cosa dire, esprimiamoci con
semplicità, umiliandoci
di fronte a Lui nella nostra miseria, Gli
presentiamo le nostre richieste, quali mendicanti ai piedi
di un ricco, le nostre necessità e quelle della chiesa, quelle
della patria, del nostro popolo,
del prossimo e dei nemici.
Passiamo di seguito a riflettere sulla vita del Salvatore nel santissimo
sacramento, sulla lode che Egli rende al Padre, sulla Sua misericordia,
mitezza e pazienza verso gli uomini, sulla Sua umiltà, povertà
e mortificazione, e facciamo il proposito di vivere secondo nobili esempi.
Allontaniamoci dal santissimo sacramento, lasciamo il nostro cuore nel
ciborio e controlliamo i sensi per non dissipare e disperdere le grazie
ricevute. Se il tempo ce lo permetta, recitiamo una diecina
del rosario.
Compiendo i suddetti obblighi verso il santissimo sacramento, voi, quali
serve della misericordia di Dio diventerete sempre più perfette,
trasformandovi interiormente. A questo invita
il Signore Gesù nella
Sua trasfigurazione, in ogni santa messa.
Vi auguro questo
e con questa intenzione prego per voi senza sosta.
Dedicato a Dio da don Michele
LETTERA V
LA DIREZIONE SPIRITUALE
Gesù, confido in Te!
Carissime sorelle in Cristo, la solennità di Cristo Re dell’universo
ricorda al mondo che Gesù,
nostro Signore, è il sommo
sovrano sulla terra, alla cui l’autorità sono sottomessi ogni
uomo,
ogni società, ogni nazione e ogni stato, che inoltre Egli governa
ogni anima, particolarmente
quella che aspira alla perfezione, pur tramite
il suo vicario, confessore oppure padre spirituale. Perciò, quando
Paolo si convertì, Gesù stesso non gli rivelò i
Suoi progetti, ma lo rimandò
da Anania, perché sentisse dalla sua bocca quanto doveva fare.
La perfezione è una lunga ed ardua scalata in alto, su un ripido
sentiero, circondato da abissi. Avventurarsi in quel percorso, senza
una guida esperta, è una grande imprudenza, perché
è molto facile lasciarsi trascinare dalle illusioni, per quanto
riguarda lo stato dell’ anima. Occorre
un medico spirituale, capace di
diagnosticare lo stato di salute della nostra anima, per poterci indicare
un rimedio efficace. Poichè non siamo neppur in grado di essere
artefici della nostra propria salute corporale, tanto di più non
lo siamo di quella spirituale.
Il direttore spirituale è necessario ai principianti, perché li
sostenga nell’esercizio della penitenza
e ne attenui il fervore iniziale,
perché, nei momenti delle consolazioni spirituali, li avverta che
esse
non dureranno per sempre, viceversa, nel momento del dubbio, li consoli,
calmi e fortifichi, spiegando che la desolazione spirituale è un
mezzo ottimo per consolidare l’anima sulla via della virtù e per
purificare il nostro amore. Tanto di più occorre il padre spirituale
sulla via illuminante, per poter discernere le virtù necessarie
ed indicare gli esercizi ed i metodi per farle crescere, prevenire lo
scoraggiamento, confortare, incoraggiare alla continua tensione nello
sforzo,
indicare il frutto che ci aspetta, dopo aver superato la prova.
Ancora di più occorre il padre spirituale quando bisogna salire
sulla via unitiva, quando bisogna custodire in sé, con i sacrifici ed
l’accondiscendenza continua alle ispirazioni della grazia, i doni dello
Spirito Santo, che vanno distinti dalle istigazioni di satana e della
propria natura inquinata, cosa che l’anima non è in grado di fare
da sola. Nella formazione spirituale dell’anima,
la presenza del padre spirituale è indispensabile. La confessione
si limita a riconoscere
le proprie colpe. La direzione spirituale si estende molto oltre. Cerca
il fondamento del peccato,
le inclinazioni profondamente radicate in noi, fa riferimento al temperamento,
alle tentazioni,
alla imprudenza; lo fa per trovare un rimedio che combatta la malattia
alla radice.
Per lottare in modo efficace con i nostri vizi, il direttore spirituale
indica le virtù opposte
ad essi, sia quelle comuni a tutti i cristiani, sia quelle particolari
ai vari gruppi delle persone,
aiuta a trovare i mezzi migliori nella pratica delle virtù, negli
esercizi spirituali (la riflessione, l’esame di coscienza, la devozione
particolare al Sacro cuore di Gesù, alla Maria Vergine, ecc.).
Aiuta anche a discernere la propria vocazione e dopo aiuta a capire i
compiti di ogni stato.
Perché il direttore spirituale possa guidare l’anima sulla retta via,
dovrebbe conoscere le vicende più importanti della sua vita, i
peccati più frequenti, gli sforzi sostenuti per uscirne, i risultati
ottenuti, per sapere come ancora conviene operare. Dovrebbe inoltre essere
a conoscenza della disposizione attuale, delle inclinazioni, ripugnanze,
stile di vita, tentazioni e tattica di combattimento, delle virtù
necessarie e dei mezzi per acquistarle. La persona che vuole usufruire
della direzione spirituale deve presentare tutto alla sua guida.
Allora il direttore spirituale può più facilmente preparare
un programma adeguato allo stato dell’anima, perché tutte le anime non
possono essere guidate allo stesso modo, bisogna adeguarsi al livello
in cui uno si trova per poterlo aiutarlo ad andare in alto, senza fretta,
sul sentiero ripido della perfezione. Alcune anime sono più ferventi
ed inclinate al sacrificio, altre invece più quiete
e più lente, in quanto non tutte sono chiamate allo stesso grado
di perfezione. Perciò sbagliano molto coloro che vogliono che uno
solo padre spirituale guidi (per esempio in una congregazione)
in modo
uguale, che formi tutti secondo lo stesso modello e assicuri a tutti la
stessa direzione. Questo è assolutamente impossibile e, ovunque
venga praticato, porta danno al progresso
delle singole anime, anzi, quell’
atteggiamento contrasta con il diritto canonico.
Non vi parlerò delle qualificazioni dei direttori spirituali,
né dei loro compiti, che loro devono conoscere; menzionerò solo
che dovrebbero essere caratterizzati dalla bontà, dalla scienza
necessaria, ma soprattutto dalla prudenza, dalla prudenza soprannaturale,
rafforzata dal dono
del consiglio dello Spirito Santo, che sia il padre spirituale sia le
anime guidate devono pregare. Santa Teresa, avendo la possibilità
scegliere tra un confessore prudente e santo ed uno prudente
e saggio,
per quanto meno santo, preferì il secondo. Devo qui accennare agli
obblighi
delle persone guidate.
Nel direttore spirituale bisogna veder lo stesso Cristo. Se com’è
vero che il potere viene da Dio, tanto più vale questo nei riguardi
del potere esercitato sulle anime da un sacerdote; Egli è un ambasciatore
di Cristo, che esercita il potere Divino: “Siamo messaggeri di Cristo
e quando
vi riammettiamo in realtà è dio che vi riammette”.
Perciò è ovvio che bisogna rispettare il padre spirituale,
fidarsi in lui ed ascoltarlo. Bisogna rispettarlo come il rappresentante
di Dio. Se un direttore avesse qualche vizio, non bisogna soffermarsi
su questo, ma, vista la sua importanza e la missione che svolge, evitare
la critica
amara quanto la familiarità esagerata.
Il rispetto dev’essere accompagnato dalla fiducia piena, filiale e una
grande apertura del cuore sincero e la fedele, disposto ad esprimere apertamente
le cose buone e quelle cattive, senza pensarci troppo e senza nascondere
le tentazioni e le debolezze, i desideri ed i propositi, le buone opere
e le intenzioni, in poche parole tutto ciò che riguarda il bene
dell’anima. Quanto più il padre ci conosce, tanto più gli
è facile darci sagge indicazioni, incoraggiamenti, consolazione,
per rafforzarci, consolarci e guidarci. Le persone timide parlino delle
loro difficoltà e quelle invece inclini a parlare troppo che non
trasformino la direzione spirituale in una pia chiacchierata ma
si limitino
a riferire il necessario.
Se si vuole che la direzione sia vera, occorre l’obbedienza al padre
spirituale. Non c’è niente
di peggio che eludere al direttore spirituale le proprie emozioni ed opinioni.
Non c’è niente
i più dannoso per l’anima perché, cosi facendo,
non si cerca la volontà di Dio ma quella propria,
inoltre si elude un mezzo divino per scopi egoistici. L’unico desiderio
nostro dev’essere quello
di conoscere la volontà divina, tramite l’obbedienza al nostro
direttore spirituale, invece
di costringerlo costringerlo a ricorrere all’autorità con i mezzi
più o meno convincenti.
Si può ingannare il padre spirituale,
ma non Colui il cui posto egli sostituisce. Se vediamo
che un certo consiglio
ci risulta difficile od impossibile da realizzare, dobbiamo dirglielo
con semplicità. Il direttore può sbagliare, ma noi non sbagliamo quando gli siamo
obbedienti.
Se ci consigliasse qualcosa che va contro la fede o il decoro,
allora bisogna cambiare il direttore.
Si può cambiare il direttore soltanto per una ragione grave e
dopo matura riflessione perché
occorre una continuità della direzione,
cosa che diventa impossibile se il direttore viene cambiato
di frequente.
Alcune anime vorrebbero tale cambiamento solo per la curiosità
di conoscerne un altro.
Questo accade particolarmente quando un direttore
continua a ripetere gli stessi consigli spiacevoli per la natura dell’anima guidata. Altre invece desiderano cambiare per personale
instabilità, superbia, una certa scontentezza permanente per quello
che hanno, per il desiderio di aprirsi
ai vari confessori, volendo attirare
attenzione, per vergogna o semplicemente per nascondere
al confessore
alcune debolezze umilianti. Questi sono motivi non validi e bisogna combatterli,
se si vuole progredire con coerenza e costanza nella vita spirituale.
La Chiesa sempre di più insiste sulla libertà dell’anima
nella scelta del confessore. Le opinioni
però variano, fino a non
riconoscere la direzione spirituale e a rigettare le sue condizioni.
Chi
non riconosce la direzione spirituale, rifiuta il progresso spirituale
e allo stesso modo la santità, perché solo in casi eccezionali,
quando vengono a mancare i direttori, lo stesso Dio diventa il padre spirituale
delle anime elette.
Quando ci sono le ragioni sufficienti per cambiare il direttore, non
bisogna ritardare ad andare
da un altro.Tali ragioni possono essere le seguenti: quando, nonostante gli
sforzi, non siamo
in grado di avere rispetto, di essere aperti e fiduciosi nei confronti
del direttore, perché allora sarebbe impossibile usufruire dei suoi consigli,
quando veniamo a sapere che il direttore ci allontana dalla perfezione
a causa delle sue idee troppo mondane, oppure per la sua simpatia troppo
vivacemente visibile, con prove palesi in alcune circostanze; quando siamo
sicuri che
al direttore mancano scienza, prudenza e previdenza necessarie. Per poter
cambiare il direttore
non occorre sapere che le nostre accuse sono giuste od ingiuste, basta
che ci portano danno.
Queste riflessioni mi sono venute in mente all’approssimarsi della ricorrenza
della festa di Cristo Re. Condividendole insieme a voi, vi auguro che
Cristo, tramite i direttori spirituali, regni nei cuori degli adoratori
della Misericordia e a loro doni la Sua benedizione.
Don Michele
Sopocko
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